Pubblicato da: Fausto Piccinini | 21 febbraio 2013

Un grazie alla Polizia Municipale di Reggio Emilia

Da diversi anni copro il percorso che va da casa verso l’ufficio passando davanti alla scuola elementare Dante Alighieri di Reggio Emilia. La strada che transita davanti all’edificio scolastico è fiancheggiata da una pista ciclabile delimitata solo da una striscia gialla. Il delirio giornaliero avviene nelle ore di entrata e uscita degli alunni quando i genitori, ovviamente frettolosi e irrispettosi hanno l’ardire di parcheggiare le loro belle e ingombranti vetture sulla suddetta pista ciclabile impedendo di fatto il passaggio ai mezzi a pedale. Amici ciclisti fate anche attenzione a non dir loro nulla perché correreste il rischio di essere coperti di insulti! Già perché “loro”, solo “loro” hanno il diritto di piazzare il mezzo a motore in qualunque posto perché sono di corsa, hanno fretta, “loro” lavorano mentre noi utenti della strada a pedali non abbiamo nessuna fretta di raggiungere il nostro posto di lavoro dunque possiamo anche rischiare di essere investiti uscendo dal nostro diritto di utilizzare la pista ciclabile.

Ieri, approssimandomi al passaggio davanti la scuola durante l’orario di uscita dei bambini, noto con estremo quanto piacevole stupore che la pista ciclabile è completamente libera. Penso subito che l’era post Maya inizi ad avare effetti positivi e una nuova cultura abbia pervaso le menti degli amanti del parcheggio libero, che, vista la giornata soleggiata, tutti si siano recati al lavoro con un mezzo a due ruote. Arrivato all’altezza dell’edificio scolastico mi accorgo che sul lato opposto della carreggiata è in sosta una volante della Polizia Municipale di Reggio Emilia! Ecco dunque svelato l’arcano mistero, nulla a che fare con una nuova coscienza collettiva di educazione e rispetto ma solo una sana quanto doverosa prevenzione che ha costretto tutti a parcheggiare le vetture nei luoghi consentiti e a farsi quattro salutari passi per raggiungere il cortile della scuola e sorridere ai propri figli.

Un grande, cordiale e doveroso grazie alla Polizia Municipale di Reggio Emilia per proteggere i nostri diritti di ecologici utenti della strada!

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Pubblicato da: Fausto Piccinini | 22 gennaio 2013

La verità sconosciuta solo agli struzzi

Pantani2000-300x217Non è stato certo come trovarsi di fronte ad un procuratore distrettuale in un aula di tribunale. Seduto su di una comoda poltrona di fronte a “power women” Oprah Winfrey la quale sembrava più calarsi nel ruolo di una mamma che cerca di capire gli errori del proprio figlio piuttosto di fare emergere il problema nella sua complessità. Certo Lei non stava interpretando il ruolo di Sofia e Lance non era Harpo del colore viola, così l’ex vincitore di sette Tour de France ha potuto cercare di commuovere schiere di appassionati con l’unico obiettivo di chiedere di poter tornare ad essere un atleta.

Francamente poco mi importa sapere oggi che l’americano abbia ammesso l’uso di sostanze dopanti, non ho mai fatto lo struzzo e ho definito un reality show la sua partecipazione al Giro del centenario avendo sempre avuto la certezza di essere di fronte ad un atleta poco limpido. Quello che più importa oggi è la credibilità del sistema ciclismo. I dubbi si fanno ancora più forti rispetto ai personaggi che circolano nei pressi di Aigle e la testata francese Le Monde ora getta benzina sul fuoco.

Erano anni in cui gli aggettivi oggi si possono sprecare ma sopratutto erano gli anni della famosa frase “… è doping solo quello che viene trovato ai controlli…” e del inserimento del limite a tutela della salute. Gli anni di gente senza scrupoli che giocava con la pelle dei corridori. Erano gli anni in cui un uomo era profondamente entrato nel cuore dei tifosi.

Non ho mai avuto una particolare simpatia ciclistica per il povero Marco, ho sempre pensato che un suo atto di accusa chiaro e deciso avrebbe squarciato un mondo marcio. Era talmente amato della gente che tutti avrebbero creduto alle sue parole, bastava sollevare il coperchio, smascherare il sistema, ma ciò avrebbe distrutto la credibilità del ciclismo e il Pirata, che lo amava in modo viscerale, non lo avrebbe mai sopportato.

Oggi il texano ha tradito la memoria dell’uomo di Cesenatico, dopo averlo insultato insinuando di avergli lasciato una vittoria, ora appare chiaro che cosa sottendeva Marco nella sua ultima intervista. Resta il rammarico di un uomo che non ha mai tradito il suo amore per il ciclismo, nascondendo le sue amarezze fino alla morte, posto oggi di fronte alla inconsistente piaggeria di un mercante che vede lo sport solo come mezzo per raggiungere fama e ricchezza infangandone i valori primari.

Cosa raccontiamo ai nostri giovani?

Che la gloria effimera di una vittoria rubata con il veleno dell’inganno porta comunque a primeggiare in una società pronta a scambiare l’amore per il vil denaro? Che c’è chi muore con la tristezza nel cuore pur di non ferire colei con la quale ha condiviso chilometri, gioie e dolori e chi venderebbe l’anima al diavolo per poi apparire in televisione e chiedere scusa solo per poter tornare ad indossare il marchio di uno sponsor?

Tutto questo non è sufficiente, non basta. Per risorgere, il ciclismo deve prima morire, come un’araba fenice, per tornare a risplendere come e più di prima. “…l’unica cosa sicura è di tenerli lontani dalla nostra cultura.” scriveva Gaber parlando dei bambini.

Se l’americano vuole veramente salvare la propria anima vada in tribunale, sotto giuramento e risponda alle domande di un vero procuratore distrettuale, della Usada, di Travis Tygard. L’unico modo di salvare il ciclismo è di raccontare la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità, non quella sconosciuta solo agli struzzi.

Pubblicato da: Fausto Piccinini | 9 gennaio 2013

e va bene…

… attendiamo ancora!
Attendiamo il 17 gennaio!

Forse finalmente sapremo la verità su questi ultimi 30 anni di ciclismo!!

 

Pubblicato da: Fausto Piccinini | 29 agosto 2012

Non mi commuovo!

In questi giorni ho letto molti commenti riguardo al caso di doping di Alex Schwazer, ho visto l’uomo piangere davanti ai microfoni durante la conferenza stampa, tantissime attestazioni di vicinanza e commozione ed un commento di una mia cara amica su facebook che recita “Non scendiamo in piazza per fare la rivoluzione contro questi politici che ci rubano soldi da trent’anni, ma siamo pronti a chiedere la testa di un UOMO che ha avuto una, seppur grandissima, debolezza: siamo ridicoli!”

Non mi commuovono le lacrime di Alex così come non ritengo assolutamente che sia stata una debolezza l’assunzione di EPO programmata con mesi di anticipo.

Non mi commuovo, anzi sono arrabbiato! In questi anni ho assistito a troppi casi di doping in cui sono state raccontate scuse di ogni tipo per nascondere metodologie che un uomo solo non si poteva inventare ne tantomeno imparare navigando su internet così come insegna anche l’evolversi del caso del cowboy texano spesso sul primo gradino del podio parigino.

Sono sempre più arrabbiato! Leggendo sulla home page del marciatore altoatesino “Ho a casa quattro medaglie, ma la vita è tutt’altro. È assurdo perdere parenti e amici per andare più forte in una gara.”; caro Alex i minatori del Sulcis, chiusi per protesta a 350 metri di profondità a casa non hanno le medaglie, rischiano di perdere il lavoro e probabilmente quando risalgono in superficie, non hanno voglia di cercare amici ma solo un letto sul quale potersi riposare. Caro Alex i lavoratori dell’Ilva di Taranto non hanno a casa quattro medaglie e probabilmente gli amici li perdono perché il loro schifoso lavoro li porta ad ammalarsi. Caro Alex in Italia ci sono milioni di persone che a casa non hanno quattro medaglie ma non si possono permettere di uscire con gli amici perché non hanno soldi o non hanno nemmeno il lavoro. Caro Alex tutte queste persone non vanno in Turchia a cercare qualche espediente per migliorare le loro prestazioni lavorative ma eroicamente si svegliano tutte le mattine per affrontare una giornata piena di sacrifici, lottando per poter mangiare fino alla fine del mese.

Caro Alex, non mi commuovo e sono arrabbiato perché il tuo bisogno di barare nasce da una cultura che porta alla ricerca della gloria non delle necessità. Se le tue necessità fossero state gli amici ti saresti accontentato delle quattro medaglie che i minatori del Sulcils non possono nemmeno esibire. Ma tu volevi la glorificazione così come Achille si incensò nella battaglia di Troia perché il suo nome venisse ricordato nei secoli a venire.
“Se resterai troverai la pace, troverai una magnifica donna, avrai figli e figlie, che ne avranno a loro volta, e tutti ti ameranno, e ti ricorderanno quando morirai. Ma quando anche loro se ne andranno, i tuoi figli e i loro figli, il tuo nome sarà disperso. Se invece vai a Troia, sarai coperto di gloria, si scriveranno poemi sulle tue vittorie nei secoli a venire, il mondo intero ricorderà il tuo nome. Ma se tu vai a Troia non tornerai più, perché la tua gloria è legata fatalmente alla tua distruzione, e io non ti vedrò più.” questo il monologo della Dea Teti, madre dell’invincibile guerriero trafitto nel suo tallone, nella trasposizione cinematografica.

Questo è la cultura nella quale oggi cresciamo i nostri ragazzi allo sport, fino a farli diventare come Alex che invece di accontentarsi di una magnifica donna, di avere dei figli e dei nipoti si è venduto al diavolo glorificatore.

Forse saremo ridicoli nel chiedere la testa dell’uomo ma così come non si può restare inermi contro i ladri allo stesso modo occorre essere inflessibili con chi avendo la fortuna di essere dotato da madre natura di un motore eccezionale ambisce alla gloria assoluta come un semidio.

Dobbiamo insegnare alle nuove generazioni che gli eroi non sono quelli osannati perché saltano più alto o corrono più veloci o pedalano più forte; gli eroi sono i milioni di persone che ogni mattina si svegliano sapendo di dover affrontare una giornata di sacrifici per poter dare ai loro figli, ai loro nipoti un futuro migliore perché loro sono rimasti, perché non sono partiti alla ricerca della gloria effimera.
Caro Alex e illustre Omero il vero eroe non è Achille ma Ettore, ditelo ai vostri figli!

Pubblicato da: Fausto Piccinini | 10 luglio 2012

e bravo il cicloPippo Nazionale

Lo aveva annunciato con un tweet, ha mantenuto la promessa con una intervista in esclusiva al blog cyclingpro.it. Filippo Pozzato esce allo scoperto e racconta la sua verità. Dopo anni di omertà, silenzi, racconti patetici finalmente un atleta che dimostra di avere coraggio e iniziare a parlare in modo aperto. Forse non fino in fondo, forse come sostiene Zomegnan una ammissione più che una confessione, e fa differenza, ma finalmente un inizio.

Di sicuro c’e il nome dell’ex amico traditore, il moralizzatore Guido Trenti che dopo questa non potrà certo più fare la morale a nessuno. Altrettanto certa è l’ammissione che per alcuni anni l’allenatore di Pippo è stato il Dott. Michele Ferrari. Da ultimo il fatto che dal 2008 Pozzato ha cambiato allenatore lasciando il chiacchierato ex preparatore di “Braccio Forte” che sembra non abbia vinto 7 Tour ingerendo solo spinaci. Fin qui i fatti ed un solo dubbio, caro Pippo ma c’era davvero bisogno di scegliere “il migliore” come lo hai definito nella tua intervista dopo quanto accaduto con il processo allo staff del Prof. Conconi riportato in un mio precedente post? Veramente non ne avevi mai sentito parlare dopo tutto quel tam tam mediatico che riguardava pure lo sport che stavi praticando? Presunzione di innocenza, e sia!

Vorrei però andare oltre le mere accuse che faranno certamente ampliare il portafoglio di qualche avvocato e cercare di capire perché esistano normative così differenti fra sport e sport e fra diverse Nazioni. In fondo il C.I.O. dovrebbe essere un unico ente, super partes che deve gestire ogni sport come fosse uguale ad un altro e ogni uomo indifferentemente dalla lingua o dal colore della pelle.

Speranza questa che mi porta direttamente a pensare ad una altro nome nell’occhio del ciclone, Hope! La bella calciatrice statunitense Hope Solo, ultimo baluardo della difesa a stelle e strisce al femminile è risultata positiva ad un controllo antidoping. Subito è stato presentato un certificato medico dove si evince l’assunzione di un farmaco atto ad affievolire dolori pre-mestruali. Impossibile negare ad una donna, pur essa inclusa nella Nazionale Olimpica U.S.A., di poter evitare certi dolori che noi maschietti, per ovvi motivi, non possiamo minimamente immaginare. Ma qui arriviamo al punto!

Pozzato escluso dai Giochi Olimpici per un sospetto, la Hope presente a Londra dopo la positività ad un controllo antidoping.

Hope, speranza, in un futuro con maggiore equità per uno sport pulito e leale; pugno di ferro contro chi bara.

p.s.: Pippo ma tu non avevi un certificato medico da presentare? 🙂

Pubblicato da: Fausto Piccinini | 29 giugno 2012

Giornata della memoria

Nicolò Ferrari

Ricorre oggi il 4° anniversario della tragica scomparsa di Nicolò Ferrari. Travolto da un furgone mentre, in maglia rosa leader del Piccolo Tour Reggiano, si preparava a prendere il via alla seconda tappa in quel di Cogruzzo. Zona Nicolò, l’iniziativa della Ciclistica 2000 a tutela dei ragazzi durante il riscaldamento pre-gara, stenta a decollare. Molti organizzatori delle gare ciclistiche, a quattro anni dalla morte di Nicolò, non hanno ancora la cultura della salvaguardia e della sicurezza dei nostri giovani atleti. Una cultura che più in generale riguarda tutto il mondo de ciclismo dove, il risultato, prevarica qualsiasi altro valore, dove l’agonismo viene ancor prima della vita umana. Per me oggi è la giornata della memoria.

Pubblicato da: Fausto Piccinini | 28 giugno 2012

Dispiace, ma il timone va tenuto ben saldo!

Pippo Pozzato deferito al Tribunale Nazionale Antidoping CONI per il riconoscimento della responsabilità per essersi avvalso della consulenza e prestazione di soggetto inibito (Michele Ferrari) durante il periodo 2005-2010.

Il Pippo ciclistico-nazionale non potrà così partecipare alle Olimpiadi di Londra per stessa ammissione del Presidente Federale Renato Di Rocco “Voglio leggere le motivazioni, ma il fatto che questa federazione stia privilegiando i contenuti etici rispetto a quelli sportivi è ormai acclarato”.

Più che mai corretto quanto espresso dal Presidente, la linea dura di questa Federazione contro anche solo il sospetto va portata avanti con decisione e rispetto di chi affronta il ciclismo con lealtà e onestà.

Nel rispetto della storia recente del nostro sport (ma non solo!), a dispetto di chi per tempo o volontà ha la memoria un po corta, vorrei ricordare che il Dott. Michele Ferrari era considerato il delfino del Prof. Francesco Conconi ex rettore dell’Università di Ferrara all’epoca dei fatti convenzionata direttamente con il C.O.N.I. dove, nelle 44 pagine di motivazione della sentenza del processo per doping (assolto per prescrizione) si legge “Non solo il professor Francesco Conconi …, sapevano del trattamento di epo al quale erano sottoposti gli atleti da loro seguiti: ma si adoperavano sulla scorta di un continuo monitoraggio ad ottimizzare e mantenere sotto controllo gli effetti dell’ uso continuato di sostanza dopante: l’eritropoietina. E cio’ nell’ ottica precisa dell’ indispensabile ausilio agli atleti preparati e seguiti nel conseguimento di importanti risultati sportivi con tale mezzo illecito”.  Dunque un doping “di stato” in quanto sponsorizzato con i soldi di una convenzione firmata dal C.O.N.I. e pagata con denaro pubblico.

Un passato torbido e mistificato che va stigmatizzato in modo che gli spettri non si ripresentino oggi come in futuro; di cui ne fa le spese Pozzato al quale si imputa purtroppo la mancata conoscenza dei regolamenti e di fatti che hanno sconvolto per anni il mondo del ciclismo.

Fonti:
http://qn.quotidiano.net/2004/03/11/5346975-PROCESSO-DOPING.shtml
http://www.liberalidemocraticieuropei.it/ferrara2.php
http://www2.raisport.rai.it/news/inchieste/doping/200010/27/39f9b6e10088e/

Pubblicato da: Fausto Piccinini | 28 maggio 2012

Il non senso delle Gran Fondo

“Viviamo in un’epoca in cui conta solo vincere. In qualsiasi campo, che sia il lavoro o lo sport, la famiglia o gli amici, ci troviamo sempre all’interno di una competizione. … Si è persa per sempre, in mezzo ad interessi miliardari e scommesse di ogni tipo la cultura del partecipare e più propriamente la cultura della sconfitta.”

Questi brani sono tratti dalla prefazione del libro “La schiena del gruppo” di Stefano Pelloni. Libro che molti di coloro che si schierano settimanalmente al nastro di partenza delle Gran Fondo ciclistiche dovrebbero leggere.

Esattamente quarant’anni fa mio padre mi porto nella oggi zona industriale di Corte Tegge, io avevo solo 10 anni ed un ferrovecchio che avevo trasformato in una fiammante bicicletta da corsa rossa. Quella mattina era l’alba della giornata e di una nuova avventura per me e per quella che oggi è diventata la Gran Fondo Matildica. Quel giorno feci la conoscenza di tante persone che nel tempo divennero amici.

Oggi invece mi farò dei nemici!

La vecchia Gran Fondo della Cooperazione era una vera festa del ciclismo, tanti chilometri da percorrere tutti insieme, in allegria aiutandosi l’un l’altro (ed io di aiuto ne avevo veramente tanto bisogno!) giungendo al traguardo stanchissimi e senza alcuna ansia di cronometro o ordine di arrivo. Il ciclismo da allora è cambiato, come sostiene anche l’autore del libro, ma cambiamento non sempre è sinonimo di miglioramento. Sia stata l’aggiunta del cronometro sul manubrio, la voglia repressa di chi nell’età puberale non è riuscito ad emergere e giungendo nell’età della ragione non riesce a capire o l’interesse di chi ha trovato nel ciclismo amatoriale la gallina dalle uova d’oro, fatto sta che oggi le Gran Fondo si sono trasformate in vere e proprie corse dove occorre pagare per fare fatica.

Il meglio del non senso!

Passi il masochismo di sudare spendendo (pensavo fosse limitato alle palestre ma li ci sono costi di gestione), passi la voglia di farsi sverniciare da ex professionisti che hanno paura di far crollare la loro abitazione piantando un chiodo che gli sorregga la bici, ma pensare che ci sia gente disposta a farsi e fare del male gettandosi in mille e più a 60 all’ora in un budello che non può contenere più di dieci persone ha del tragico, e se non ci fosse a rischio una vita avrebbe anche del comico.

Quanti nemici mi sono fatto fino ad ora? Ancora pochi! E allora giù!

Stiamo parlando di milioni di euro per per il vincitore? Mi pare di no!
Ci sono scommesse clandestine intorno alle Gran Fondo? Non sono in grado di dirlo ma credo che gli scommettitori abbiamo cose più importanti da fare!
E allora di cosa stiamo parlando? Ah già, fama e gloria, non quella di Giovenale in “Mens sana in corpore sano” ma del proprio nome scritto in un ordine di arrivo pubblicato in ventiquattresima pagina su di una rivista patinata. Beh allora questo cambia tutto! Ma domani mattina a che ora suona la sveglia? Non dovete tornare al lavoro?

Signori amatori, vorrete perdonarmi questo sfogo (se non lo fate credo che dormirò ugualmente) ma proprio non ci siamo.
Non vi suona meglio pedalare in una splendida giornata di sole lungo meravigliosi scenari appenninici con a fianco dei compagni di viaggio anziché degli avversari? Godere appieno di quelle magnifiche emozioni che solo ( e lo ribadisco solo) il ciclismo sa dare, lasciando l’agonismo a chi, ancora nell’età giusta o nelle categorie professionistiche, ha obiettivi più importanti rispetto ad una Gran Fondo qualsiasi essa sia. Per poi vedere quelle scene poco decorose se non immorali del fuggi fuggi dalle camere d’albergo appena si sente odor di NAS.

Quarant’anni fa nasceva l’avventura della Gran Fondo della Cooperazione, aveva il sogno di aggregare le persone che amano il ciclismo, ne è scaturita una realtà competitiva, figlia di una cultura errata che fa di ogni compagno di viaggio un nemico da battere ad ogni costo, anche rischiando la vita perché la sconfitta non è più accettabile. Non c’è strada per il ritorno a valori più consoni come aggregazione, amicizia, partecipazione; dovessero cambiare formula gli organizzatori della Gran Fondo Matildica si ritroverebbero con qualche decina di partecipanti (ne è la dimostrazione la gloriosa OPEN ROAD con settanta iscritti). Serve un cambio radicale del pensiero di chi pedala, una nuova generazione di appassionati con il ciclismo nel cuore e non della irruenza dei sogni repressi di mancati campioni.

Domenica si è passato il segno.

Tutti abbiamo il diritto di pedalare così come di circolare in auto o in moto, nel rispetto delle regole che valgono anche durante una finta competizione ciclistica, ma non per questo a causa di un incidente provocato da disattenzione di alcuni concorrenti abbiamo il diritto di mettere in croce il serio e onesto lavoro di un organizzatore che si adopera da quarant’anni per il divertimento dei suoi stessi aguzzini.

Pubblicato da: Fausto Piccinini | 4 maggio 2012

Diritto e Moralità

Non voglio entrare nel merito della decisione presa dalla Corte Federale in merito al ricorso presentato dalla Cucinotta avverso alle delibere relative al divieto di partecipazione ai Campionati Italiani degli atleti sanzionati per doping.

Uno dei dogmi fondamentali su cui poggia il positivismo giuridico è la tesi della separazione tra diritto e morale. Volendo risalire nella genesi della contrapposizione tra diritto e moralità si dovrebbe arrivare ai primi del 1700 quando il giurista e filosofo tedesco Christian Thomasius teorizzò i rapporti tra diritto, morale e politica nella sua dissertazione “Fundamenta juris naturae et gentium”. Thomasius opera una differenziazione tra il diritto, la morale e la politica riconducendoli a loro volta a tre categorie: honestum, justum, decorum. La sfera del “honestum” è il profilo morale del comportamento umano il cui fine è il vivere onestamente. La massima costitutiva recita “fai a te stesso ciò che vorresti che gli altri facessero a te”. L’ambito dello “justum” è quello giuridico, la legge come un comando di un superiore che vincola i soggetti sudditi la cui massima si riassume in  “non fare ad altri ciò che non vorresti che gli altri facessero a te”. Infine, la sfera del “decorum” è il profilo politico e sociale del comportamento umano declinato in “fai agli altri ciò che vorresti che gli altri facessero a te”. Non è difficile evincere come questa massima implichi un atteggiamento che prescrive un obbligo cooperativo e solidaristico a intervenire là dove c’è una situazione di necessità.

Proprio sulla base dei tre principi sopra esposti dovrebbe basarsi quella cultura sportiva oggi non più presente nell’animo di molti praticanti ed è in questa direzione che si legge l’appello del Presidente federale Renato Di Rocco e di tutto il Consiglio Federale che, preso atto della decisione della Corte Federale, vogliono richiamare tutti gli atleti ad una moralità persa da tutta la nostra società civile.

“La scelta e i criteri di eleggibilità degli atleti chiamati a indossare la maglia azzurra,” si legge nella nota presidenziale “per tutto ciò che essa rappresenta agli occhi dei giovani e degli sportivi, non possono essere fissati solo da regolamenti, ma devono rispondere anche agli scopi morali e sociali che la Federazione si è liberamente data a tutela del proprio movimento e ai quali fanno riferimento i tecnici preposti alla formazione delle squadre nazionali nell’ambito delle loro competenze.” 

Lo sport deve tornare ad essere anche un momento di educazione sociale e civile ed il ciclismo deve essere in prima linea su questo tema.

Pubblicato da: Fausto Piccinini | 19 aprile 2012

Ottimo! Ma ora non abbassare la guardia.

Dodici anni di sospensione! Questa è la sentenza del Tribunale Nazionale Antidoping per il “serpente” di Formigine. Non è necessario essere felici ne stappare bottiglie  di champagne (come qualcuno certamente starà facendo) perché non credo ci sia nulla da festeggiare a fronte di una sentenza che sancisce la disonestà di una persona.

Ora serve non abbassare la guardia perché Riccò non è un caso isolato, di persone scorrette è pieno il mondo e il doping è una cultura ancora troppo presente nel mondo dello sport.

Il mondo del ciclismo deve imparare a migliorarsi attraverso i propri errori e attraverso gli errori delle persone che fanno della mancanza di lealtà il proprio vessillo. La strada per diventare Campioni è lunga e faticosa, le scorciatoie portano solo alla rovina personale. Dodici anni per lui ma nulla per chi lo ha portato su quella strada, nulla per chi lo ha allevato con la cultura del aiuto per raggiungere fama effimera, sventurata gloria e (sopratutto) denaro.

Un piccolo passo per il T.N.A. un grande salto per una nuova cultura sportiva basata sulla lealtà!

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