Pubblicato da: Fausto Piccinini | 24 aprile 2017

Rispetto.

AncoraMicheleScarponi sbigottito dalla notizia, mi reco al lavoro.

Nelle 2 ore di viaggio che mi separano dalla meta penso alle tragiche fatalità della vita.

Arrivo, mi avvisano che prima dell’inizio della partita vera rispettato un minuto di silenzio per commemorare la memoria di Michele.

Bello, penso subito, anche il calcio segue l’invito del CONI, credo possa significare molto.

Mentre il mouse è pronto a fare il proprio lavoro al comando del mio dito, sento il silenzio scendere sullo stadio.

Bergamo è una città che ha la passione del ciclismo nelle sue viscere.

Penso a Scarponi, non lo conoscevo personalmente, nemmeno lo stimavo tanto come corridore.

Penso che la sua tragedia è simile a quella di Nicolò Ferrari, investito da un furgone poco prima della partenza di una tappa del Piccolo Tour Reggiano, con la Maglia Rosa
addosso.nicoloferrari

Sento ancora nelle orecchie l’orribile suono delle sirene dell’ambulanza, vedo ancora il padre con le mani nei capelli e la disperazione dipinta sul suo volto.

Le disgrazie straziano, sono terribili, l’istinto di sopravvivenza c’è le fa accettare, ma è dura, molto dura.

Ora un applauso parte spontaneo, tutto lo stadio applaude mentre i giocatori sono ancora abbracciati in mezzo al campo in attesa che l’arbitro fischi la fine di questo minuto.

Un brivido mi assale, che meraviglia, un intero stadio che tributa un applauso a Michele, che bello il pubblico di Bergamo.

L’arbitro porta il suo fischietto alle labbra, non fa in tempo a fischiare la fine di questo sacrale minuto che dalla curva dei tifosi del Bologna parte un coro che manda a quel paese (non era proprio questa la locuzione utilizzata) tutto lo stadio.

Mi vergogno. Nel profondo del mio cuore i colori rossoblu Bolognesi sono un punto fermo, “…così però mi fate male, siete irrispettosi”.

Il rispetto quando viene a mancare è sin offensivo.

Inizio a pensare che viviamo in una società nella quale il rispetto non è un valore ma una parola priva di significato.

Rispetto.

Se il furgone che ha travolto Nicolò avesse avuto rispetto per un altro utente della strada, ora la sua Maglia Rosa sarebbe attaccata ad un quadro in salotto anziché essere chiusa in una bara.

Se il furgone che ha travolto Michele avesse avuto rispetto per un altro utente della strada, ora Michele sarebbe in partenza per il Giro d’Italia.

Se tutte le vittime della strada avessero avuto il rispetto di chi le ha investite, i loro famigliari non avrebbero versato tutte quelle lacrime amare.

Solo in questo momento mi rendo conto che non sono tragiche fatalità ma solo mancanza di rispetto.

Da parte di coloro che, chiusi dentro quattro lamiere, non si fermano davanti alle strisce pedonali, ma prima o poi anche loro dovranno attraversarla a piedi quella maledetta strada.

Da parte di coloro che, su di un mezzo a quattro ruote, non si rendono conto che chi sta su due ruote è l’anello debole della catena, ma prima o poi anche loro dovranno utilizzare una bicicletta per piccoli spostamenti.

Da parte dei politici che da oltre due anni tengono nel cassetto la riforma del codice stradale, ma prima o poi anche loro dovranno andarci per quella maledetta strada.

Da parte di ognuno di noi che dovrebbe e potrebbe fare di più per rendere più sicura la zona di guerra che è diventata la strada.

Forse occorre ripartire, cambiare la società nella quale viviamo insegnando ai più piccoli come riempire di significato la parola rispetto.

Si, forse questo è l’unico modo, al di la delle leggi, al di la delle norme sulla sicurezza.

Ritrovare il rispetto per l’altrui, in qualunque situazione.

Riposa in pace Nicolò.

Riposa in pace Michele.

Riposate in pace tutte voi, vittime della mancanza di rispetto da parte di qualcuno, se potete insegnate loro il rispetto perché altri non debbano subire la vostra stessa sorte.

Pubblicato da: Fausto Piccinini | 29 marzo 2016

R.I.P.

Senza nemmeno esaurire il tempo del lutto, mi sono ritrovato a leggere commenti provenienti da ogni parte del mondo delle due ruote.CelzCzQWAAAXnIF

Commenti postati anche da chi, in moto in mezzo ad un gruppo non c’è nemmeno mai stato.

Vi chiedo fin d’ora perdono se userò il pronome personale IO, perché io ci ho passato 25 anni sulla sella di una moto in mezzo al gruppo e qualche anno fa ho appeso il casco al chiodo perché… perché il rischio si era elevato ad un livello non più accettabile.

Prendo la tastiera per esprimere la mia personale opinione non sull’accaduto di domenica scorsa, ma su quanto è accaduto in questi ultimi anni in mezzo al gruppo.

Il limite lo si era ampiamente superato nella Classica di San Sebastian del 2015 quando, a pochi chilometri dalla conclusione, una moto colpì, abbattendolo, Greg Van Avermaet, solo al comando della corsa. Nella occasione apparve chiaro che il “pilota” (per così dire) eseguì una manovra rischiosissima pur di  superare il corridore prima dell’inizio dell’ultima discesa che portava al traguardo.

Quello di San Sebastian è uno dei tanti casi  che hanno preceduto la tragedia di Demoitiè.

E le varie associazioni di categoria che cosa hanno fatto in questo periodo? I soliti quanto scontati comunicati di indignazione per le troppe moto al seguito delle corse?

Mi spiace ma non concordo!

Non sono le troppe auto o moto al seguito il problema di questi incidenti ma più semplicemente la “foga” (o mancanza di intelligenza) con cui taluni autisti e conducenti affrontano diverse situazioni, come se non ci fosse una successiva possibilità di eseguire una manovra, un sorpasso, un intervento; come se fosse sempre l’ultima occasione buona.

Puoi anche essere un abilissimo pilota ma se non affronti con cognizione di causa, con la calma che serve nei momenti di concitazione, con la consapevolezza che la manovra azzardata che stai per fare potrebbe causare un danno a te stesso e agli altri, non dovresti guidare una moto o una vettura in mezzo al gruppo.

Non c’è una parte in causa che abbia completamente ragione e non c’è una parte in causa che abbia completamente torto.

Ci sono solo situazioni nelle quali occorre prendere una decisione nel minor tempo possibile ed è necessario prendere sempre una decisione che lasci una seconda occasione.

I conduttori delle moto, siano essi addetti alla sicurezza, fotografi, radio informazioni sono un anello debole rispetto ai conduttori delle vetture e per questo dovrebbero avere ancor più buon senso ed evitare di trovarsi a dover effettuare manovre di emergenza.

I conduttori delle vetture, siano essi della organizzazione, della giuria o le ammiraglie al seguito, dovrebbero avere coscienza che una loro manovra azzardata comporta un pericolo solo per chi sta sulle due ruote.

Ed infine i corridori, coloro che dovrebbero essere i protetti, l’anello debolissimo di tutta questa catena, pensate davvero che conoscano la funzione specifica di ogni mezzo al seguito, di come funziona una organizzazione di una corsa ciclistica, delle responsabilità della chiusura al traffico delle strade?

Se così fosse, se fossero veramente consapevoli del rischio, perché dovrebbero pericolosamente “brucare l’erba” in fila indiana sul lato sinistro della strada, perché cercare in modo cosi continuo e disperato la scia di una moto che li ha appena sorpassati e che fatalmente potrebbe scivolare e portarsi dietro anche loro, perché rientrando in gruppo, superare una moto a sinistra quando una vecchia tavola UCI suggerisce di superarla sul lato destro?

E non è altrettanto pericoloso tentare di rientrare attaccati ad una vettura, a velocità poco consone in certi frangenti di traffico o a pochi centimetri dalla ammiraglia lungo una discesa e per una banale frenata sfondare il lunotto con la testa?

Per evitare gli accadimenti di questi ultimi anni serve solo una cosa, buon senso da parte di tutte le componenti.

Buon senso da parte dei motociclisti che dovrebbero chiudere il gas e restare un poco più lontano dai corridori; da parte dei fotografi che arrivare un attimo dopo su una eventuale caduta non è poi così disastroso.

Buon senso da parte dei corridori che quando una moto della sicurezza deve rimontare per andare a proteggere l’incrocio successivo dovrebbero favorirne il sorpasso non mandare a quel paese il conducente.

Buon senso da parte dei direttori sportivi che, anche se arrivano con qualche secondo di ritardo, il loro corridore non muore di sete, e su di una caduta serve che arrivi prima il medico di corsa, e non trovino fuori la scusa di dover cambiare la ruota al proprio sfortunato corridore che tanto, anche nei momenti difficili, si fermano a pisciare e poi rientrano in gruppo senza alcun affanno, o peggio viaggiare sul lato sinistro della carreggiata (per regolamento riservato alle moto) per superare le altre ammiraglie solo per riprendere la loro posizione o ancor peggio con un corridore in scia.

Non servono regolamenti particolarmente severi ma comportamenti intelligenti, come in tutte le situazioni della vita; questo consentirebbe di abbassare il livello di rischio.

R.I.P. Antoine, che la tua dipartita sia almeno utile a rendere più sicura la vita dei ragazzi con cui condividevi la strada.

Pubblicato da: Fausto Piccinini | 15 luglio 2015

Basta!!!

Basta!

Ora basta!!

Non sono abituato a scrivere sull’onda emozionale,  so che serve riflettere, ponderare, ascoltare, ora però si è superato il limite.

Tutti sapevano, tutti sanno, tutti conoscono, nessuno parla e il ciclismo sprofonda sempre più.

Poco più di due anni fa pubblicai questo post “Un asino non potrà mai diventare un cavallo…” è il riferimento ad una delle frasi più gettonate del nostro sport, citate proprio da coloro che vogliono nascondere la verità, da quelli che quando ti sentono parlare di doping rispondono che solo i perdenti parlano di doping.

In quel post descrivevo una frase recuperata da un social network e pubblicata da un personaggio da molto tempo nel ciclismo.

Oggi, un corridore di quel preparatore, giunto secondo al campionato nazionale svoltosi recentemente a Superga, è risultato positivo al controllo antidoping (Epo e Nesp), per giunta il corridore è recidivo e già squalificato per 2 anni (squalifica poi ridotta a 14 mesi).

Ora la responsabilità ricadrà tutta sul corridore, per il quale mi auguro scatti la radiazione, ma non posso non sottolineare che i manager e i direttori sportivi della squadra non potevano non sapere!!

“Due cose sono infinite: l’universo e la stupidita umana. Ma riguardo all’universo ho ancora dei dubbi” diceva Albert Einstein, parafrasando il maestro rafforzo il concetto dicendo che la stupidità dei corridori che perseguono metodi illeciti sia, se possibile, superiore all’infinito e ancora superiore la stupidità di tutti i dirigenti, manager, direttori sportivi che alimentano tutto questo per poi vigliaccamente nascondersi dietro a poche righe di contratto con le quali scaricano lo sventurato.

C’è però un animale maggiormente irragionevole dei corridori e dei dirigenti sportivi: il tifoso di ciclismo.

Anche se i latini solevano dire “Deficere est iuris gentium” (Essere irragionevoli è un diritto umano) credo che, fin quando i tifosi continueranno nella loro irragionevolezza di plaudire falsi campioni, di glorificare su immeritati altari persone fraudolente senza porsi il dubbio del merito, fino ad allora il ciclismo continuerà ad essere uno sport sporco. Non l’unico sport sporco, per evitare polemiche di chi potrebbe qui obiettare che il ciclismo è lo sport più controllato, ma di questo sport sto parlando, del mio sport, dello sport nel quale sono cresciuto e nel quale ho conosciuto persone che più di tutte mi hanno deluso.

Amare il ciclismo significa anche aiutarlo ad uscire da uno storico pantano, ognuno di noi può e deve fare la sua parte.

Come scrissi due anni fa, è inutile dire che tutti sono come tutti gli altri, che oggi gli additivi sono diversi; serve che le persone che gestiscono gli atleti ragionino da uomini seri, onesti e integerrimi, non solo per qualche Euro in più.

Pubblicato da: Fausto Piccinini | 19 aprile 2015

Vale tutto?

Recentemente, una persona che mi sta molto a cuore, parlando di un evento sportivo di alto livello, mi ha scritto: “L’importante è vincere non importa come!!!!!! “

Da alcuni giorni rifletto su questa frase, intrisa del peggior tifo fanatico quasi a sfiorare l’astio, con l’assoluta mancanza di alcuna cultura sportiva.

L’ho presto paragonato ad un avvenimento di cui sono stato testimone oculare.

Stavo seguendo una partita di pallavolo di ragazzi tredicenni, età nella quale si forma il carattere e molto probabilmente il senso civico di appartenenza alla società civile.
Durante un’azione di gioco un ragazzo commette un fallo, l’arbitro non lo vede, gli avversari se ne lamentano e dagli spalti il padre del ragazzo gli urla di essere onesto e ammettere l’errore; il ragazzo allora va verso l’arbitro facendo ammenda e il direttore di gara lo ringrazia.

Non faccio in tempo a pensare al bel gesto che sento salire la tensione intorno a me, odo persone inveire contro l’ammissione anziché plaudire l’onestà dimostrata.

Senso civico, onestà, trasparenza sono virtù che dovremmo insegnare ai nostri ragazzi perché la società civile possa domani essere migliore di quella attuale e lo sport, come la scuola, ne dovrebbero essere il veicolo.

Invece il tifo, l’astio, il fanatismo prendono sempre il sopravvento e ci portano ad educare in modo pessimo le future generazioni.

Prendiamo ad esempio alcuni campioni dello sport per i quali tutti noi facciamo il tifo ed esprimiamo affetto, proviamo a pensare se riponiamo giustamente in loro la nostra fiducia, i nostri sogni che non noi non siamo in grado di realizzare ma che soddisfiamo attraverso le emozioni che loro stessi ci regalano.

Il più famoso 46 della storia, l’uomo dai sorpassi impossibili, colui che ci fa sobbalzare dal divano ad ogni piega è veramente la persona che immaginiamo o che vorremmo fosse tale? Ogni giorno ognuno di noi suda le proverbiali sette camicie alzandosi ogni santa mattina, come un eroe; se è fortunato possiede un lavoro che gli piegherà la schiena fino a sera e il giorno a seguire, con l’obiettivo di sfamare la propria famiglia e forse togliersi qualche desiderio dopo aver onestamente contribuito ai bisogni della collettività attraverso il pagamento tributario. Altrettanto disonestamente il “piegaiolo” dei nostri sogni decide di frodare il fisco attraverso una finta residenza in un paradiso fiscale, contribuendo in questo modo ad impoverire la nostra società.

Non è il solo sportivo a comportarsi in questo modo, quasi fosse normale che alla prima occasione l’uomo, descritto da Giovenale, diventi disonesto.

L’ultimo vincitore del Tour de France non è da meno, tra l’altro in uno sport dove onestà e trasparenza mancano da sempre e una faccia pulita avrebbe dovuto restituire la fiducia agli sportivi. Dunque come potersi fidare?

E l’elenco potrebbe proseguire a lungo.

“L’importante è vincere non importa come” raffigura quella disonesta intellettuale che si ripropone nel momento in cui si necessità di un aiuto, qual si voglia esso sia, per raggiungere un obiettivo, che attecchisce bene fra i giovani, nel frattempo diventati uomini, cresciuti nel degrado dei valori sociali e sportivi.

Lo stesso degrado che indignò Giovenale e lo spinse a scrivere le sue Satire, nella decima delle quali racconta come siano effimere fama e gloria, ricchezza e potere e come queste siano causa di rovina per la società civile, mentre nella quattordicesima spiega la cattiva educazione che i figli ricevono dai genitori.

Se riflettiamo del tempo in cui è vissuto il poeta romano, sorge fin il dubbio che possa essere fin troppo attuale ancora oggi, dopo duemila anni; che l’animo umano sia talmente perverso da rifiutare ogni forma di onestà la quale obbligherebbe tutti a quella durissima anarchia descritta da Errico Malatesta nel suo “Programma Anarchico” ove si legge:

“…Noi vogliamo dunque abolire radicalmente la dominazione e lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, noi vogliamo che gli uomini affratellati da una solidarietà cosciente e voluta cooperino tutti volontariamente al benessere di tutti; noi vogliamo che la società sia costituita allo scopo di fornire a tutti gli esseri umani i mezzi per raggiungere il massimo benessere possibile, il massimo possibile sviluppo morale e materiale…”

Anarchia che, alla fine, risulta essere molto più rigida della individuale libertà democratica la quale consente all’animo umano di discernere l’io dal noi impedendo così il raggiungimento del benessere morale e materiale collettivo di cui abbisogna oggi la nostra società civile.

Pare dunque sia sempre più vero il vecchio proverbio che basta una mela marcia nel cestino per far marcire tutte le altre mentre purtroppo è sempre meno vero il contrario.

Deve importare eccome il modo in cui si vince perché la lealtà non è solo la base dello sport ma lo è anche della società di cui tutti facciamo parte.

Pubblicato da: Fausto Piccinini | 3 marzo 2015

Radioline

Molti giornalisti hanno definito Ian Stannard, vincitore della Het Nieuwsblad, un fenomeno.
Nulla da eccepire sulla prova dell’Inglese del Team Sky, ma la domanda potrebbe essere posta in termini diversi?

Stannard fenomeno oppure i ragazzi della Etixx- Quick Step polli?

Certo per avere una risposta avremmo dovuto essere presenti sul pullman della squadra di Patrick Lefevere per sentire le varie versioni.
Ma una domanda più generale ce la possiamo porre per un gesto di Tom Boonen che a meno di 10 chilometri dalla conclusione ha cercato il microfono della radiolina per parlare con l’ammiraglia, non disponibile nelle corse di categoria nelle quali è inquadrata la Het Nieuwsblad.

Che cosa avrebbero dovuto fare Boonen, Tepstra e Vandenbergh secondo il manuale del ciclismo o, se volete, secondo quanto gli avrebbero potuto suggerire dall’ammiraglia?
In primo luogo un elastico di Tepstra su Vandenbergh in modo da costringere Stannard ad un piccolo allungo, poi Tepstra in contropiede ed infine al rientro di Stannard la stoccata di Boonen.

Ci vogliono le gambe, certo, ma allora perché Boonen avrebbe attaccato se non si sentiva la forza per 4 chilometri a tutta?
Dunque le forze in campo c’erano e gli errori restano evidenti, su tutti Vandenbergh che insegue Tepstra!

Tornando alla domanda, lasciando ognuno libero di decidere quale tattica suggerire alla prossima occasione, vien dunque da pensare che, in questi anni, le radioline abbiano azzerato i neuroni presenti nella testa dei corridori. Abituati a eseguire gli ordini, come ottimi soldatini, non più in grado di gestire situazioni in cui il ragionamento sta un gradino sopra le forze rimaste.

Non voglio dimenticare che le radioline hanno come utilità quella di dare maggiore sicurezza agli atleti in corsa segnalando loro eventuali pericoli, ritengo però che l’abuso fatto in questi anni abbia generato atleti senza quella fantasia necessaria a rendere spettacolare una corsa in bicicletta.

Pubblicato da: Fausto Piccinini | 5 giugno 2013

Un asino non potrà mai diventare un cavallo…

“Un asino non potrà mai diventare un cavallo… “. Questa frase usata e forse abusata nello sport identifica come chi non avendo doti naturali tenta, con mezzi illeciti, di superare campioni ai quali, madre natura, ha regalato doti atletiche da super eroe.

Oggi, su di un social network, leggo queste parole scritte da un personaggio che è considerato uno dei più importanti Direttori Sportivi nel mondo del ciclismo: “… era come girardengo come guerra come coppi come bartali come gimondi come baldini come adorni come tutti gli altri solo i prodotti erano diversi ogni epoca il suo additivo non cambia nulla, ora gli additivi sono piu soffisticati,ma le ore in bici le devi sempre fare con tutti i tempi”. 

Poniamo dunque che le ore di bici si debbano comunque sempre fare, che per un appassionato queste ore siano anche piacevoli. Poniamo che un atleta sufficientemente dotato, uno che potremmo considerare un “buon cavallo”, che spesso conclude le sue prove raggiungendo il traguardo con i primi ma che non sia proprio un vincente; che decida, per lealtà o virtù, di non aggiungere “additivi” al suo fisico per diventare vincente ma che al contrario i vincenti abbiamo deciso di farlo perché altrimenti non sarebbero vincenti. Si arriverebbe al paradosso di non riconoscere più un asino da un cavallo dando dell’asino ad un buon cavallo!

Se dunque, come dice il direttore sportivo nella frase sopra citata parlando di Eddy Merckx e citando tanti campioni, tutti erano (e sono) come tutti gli altri, basandoci sul paradosso precedente, ci vediamo costretti a dare ragione al procuratore Ettore Torri ed alla sua esternazione “I corridori sono tutti dopati”.

Non sono in grado di affermare che i corridori siano tutti dopati, come non sono in grado di affermare il contrario. Se è stato abbattuto il Muro di Berlino, credo sia giunto il momento di abbattere anche il muro di omertà che copre le nefandezze di alcuni, pochi o tanti, che si perpetrano nel ciclismo, anche per rispetto alla memoria di chi, a causa di questo problema, oggi non è più fra noi. 

Sarebbe possibile? Non fino a quando soldi, fama e gloria ricopriranno i vincenti e nessuno applaudirà un perdente. Non fino a quando non capiremo le parole di Giovenale quando ci ammonisce che l’uomo ricerca con ogni mezzo di raggiungere ricchezza e celebrità mentre solo il saggio si rende conto che tutto questo è effimero e, talvolta, anche dannoso.

Allora è inutile scrivere che tutti sono come tutti gli altri, che oggi gli additivi sono diversi, serve che le persone che gestiscono gli atleti ragionino da uomini seri, onesti e integerrimi, non solo per qualche Euro in più.

Pubblicato da: Fausto Piccinini | 10 maggio 2013

L’incapacità di rispettare le regole

Italiani popolo di santi, di poeti, di navigatori; a questi aggettivi, il discusso autore, oggi aggiungerebbe incapaci di rispettare le regole.

In un concetto generale di ricerca e capacità di sottrarci, quando ci fa comodo, quando torna a nostra vantaggio, alla applicazione di una legge, di una norma, di un regolamento ma altrettanto pedissequi nella applicazione se questa può danneggiare un nostro invidiato nemico. Questa bieca quanto insana pratica è sotto gli occhi di tutti, partendo dagli evasori fiscali per giungere alle leggi ad personam. Ed allora tutti a indignarci a stupirci di come in Italia le cose vadano sempre peggio e tutti a scagliare pietre. Poi giunge il nostro turno di violare una regola e allora giù con le giustificazioni per salvare la faccia e l’interesse che ci ha portato dalla parte di chi le pietre le riceve.

Ma il culmine lo si raggiunge quando a violare la norma siano gli stessi che prima l’avevano approvata; un vero volta faccia che solo l’individuo italiota riesce a perseguire.

E’ successo, cari amici, proprio vicino a noi, nel mondo sportivo che tutti quanti amiamo e viviamo.

Domenica 10 febbraio 2013, assemblea delle società ciclistiche Emiliano Romagnole con la commissione giovanile per definire le norme attuative regionali del regolamento dell’anno in corso. Per una caratteristica di unicità ed urgenza viene stabilito che le date dei meeting regionali giovanissimi verrano comunicate in tempi successivi alla stesura del calendario e dunque le società dovranno tenere in considerazione la possibilità che le loro manifestazioni potranno subire variazioni. Tutti d’accordo! E chi non era presente alla riunione sarebbe stato informato attraverso gli organi provinciali.

Tutto bene dunque? Certo, fin quando non si è presentata l’occasione; la richiesta di una organizzazione del meeting fuoristrada. Ecco che le società che avevano messo in calendario le loro manifestazioni insorgono contro la norma da loro stesse approvata! Non si può chiedere di spostare le manifestazioni già messe in calendario.

Un’ultima riflessione finale; alle società che hanno posto il loro diniego avrebbe fatto piacere trovarsi dalla parte opposta e ricevere a loro volta un secco rifiuto? Un Manzoniano “ai posteri l’ardua sentenza” potrebbe comunque non riuscire a dare una risposta.

Pubblicato da: Fausto Piccinini | 21 febbraio 2013

Un grazie alla Polizia Municipale di Reggio Emilia

Da diversi anni copro il percorso che va da casa verso l’ufficio passando davanti alla scuola elementare Dante Alighieri di Reggio Emilia. La strada che transita davanti all’edificio scolastico è fiancheggiata da una pista ciclabile delimitata solo da una striscia gialla. Il delirio giornaliero avviene nelle ore di entrata e uscita degli alunni quando i genitori, ovviamente frettolosi e irrispettosi hanno l’ardire di parcheggiare le loro belle e ingombranti vetture sulla suddetta pista ciclabile impedendo di fatto il passaggio ai mezzi a pedale. Amici ciclisti fate anche attenzione a non dir loro nulla perché correreste il rischio di essere coperti di insulti! Già perché “loro”, solo “loro” hanno il diritto di piazzare il mezzo a motore in qualunque posto perché sono di corsa, hanno fretta, “loro” lavorano mentre noi utenti della strada a pedali non abbiamo nessuna fretta di raggiungere il nostro posto di lavoro dunque possiamo anche rischiare di essere investiti uscendo dal nostro diritto di utilizzare la pista ciclabile.

Ieri, approssimandomi al passaggio davanti la scuola durante l’orario di uscita dei bambini, noto con estremo quanto piacevole stupore che la pista ciclabile è completamente libera. Penso subito che l’era post Maya inizi ad avare effetti positivi e una nuova cultura abbia pervaso le menti degli amanti del parcheggio libero, che, vista la giornata soleggiata, tutti si siano recati al lavoro con un mezzo a due ruote. Arrivato all’altezza dell’edificio scolastico mi accorgo che sul lato opposto della carreggiata è in sosta una volante della Polizia Municipale di Reggio Emilia! Ecco dunque svelato l’arcano mistero, nulla a che fare con una nuova coscienza collettiva di educazione e rispetto ma solo una sana quanto doverosa prevenzione che ha costretto tutti a parcheggiare le vetture nei luoghi consentiti e a farsi quattro salutari passi per raggiungere il cortile della scuola e sorridere ai propri figli.

Un grande, cordiale e doveroso grazie alla Polizia Municipale di Reggio Emilia per proteggere i nostri diritti di ecologici utenti della strada!

Pubblicato da: Fausto Piccinini | 22 gennaio 2013

La verità sconosciuta solo agli struzzi

Pantani2000-300x217Non è stato certo come trovarsi di fronte ad un procuratore distrettuale in un aula di tribunale. Seduto su di una comoda poltrona di fronte a “power women” Oprah Winfrey la quale sembrava più calarsi nel ruolo di una mamma che cerca di capire gli errori del proprio figlio piuttosto di fare emergere il problema nella sua complessità. Certo Lei non stava interpretando il ruolo di Sofia e Lance non era Harpo del colore viola, così l’ex vincitore di sette Tour de France ha potuto cercare di commuovere schiere di appassionati con l’unico obiettivo di chiedere di poter tornare ad essere un atleta.

Francamente poco mi importa sapere oggi che l’americano abbia ammesso l’uso di sostanze dopanti, non ho mai fatto lo struzzo e ho definito un reality show la sua partecipazione al Giro del centenario avendo sempre avuto la certezza di essere di fronte ad un atleta poco limpido. Quello che più importa oggi è la credibilità del sistema ciclismo. I dubbi si fanno ancora più forti rispetto ai personaggi che circolano nei pressi di Aigle e la testata francese Le Monde ora getta benzina sul fuoco.

Erano anni in cui gli aggettivi oggi si possono sprecare ma sopratutto erano gli anni della famosa frase “… è doping solo quello che viene trovato ai controlli…” e del inserimento del limite a tutela della salute. Gli anni di gente senza scrupoli che giocava con la pelle dei corridori. Erano gli anni in cui un uomo era profondamente entrato nel cuore dei tifosi.

Non ho mai avuto una particolare simpatia ciclistica per il povero Marco, ho sempre pensato che un suo atto di accusa chiaro e deciso avrebbe squarciato un mondo marcio. Era talmente amato della gente che tutti avrebbero creduto alle sue parole, bastava sollevare il coperchio, smascherare il sistema, ma ciò avrebbe distrutto la credibilità del ciclismo e il Pirata, che lo amava in modo viscerale, non lo avrebbe mai sopportato.

Oggi il texano ha tradito la memoria dell’uomo di Cesenatico, dopo averlo insultato insinuando di avergli lasciato una vittoria, ora appare chiaro che cosa sottendeva Marco nella sua ultima intervista. Resta il rammarico di un uomo che non ha mai tradito il suo amore per il ciclismo, nascondendo le sue amarezze fino alla morte, posto oggi di fronte alla inconsistente piaggeria di un mercante che vede lo sport solo come mezzo per raggiungere fama e ricchezza infangandone i valori primari.

Cosa raccontiamo ai nostri giovani?

Che la gloria effimera di una vittoria rubata con il veleno dell’inganno porta comunque a primeggiare in una società pronta a scambiare l’amore per il vil denaro? Che c’è chi muore con la tristezza nel cuore pur di non ferire colei con la quale ha condiviso chilometri, gioie e dolori e chi venderebbe l’anima al diavolo per poi apparire in televisione e chiedere scusa solo per poter tornare ad indossare il marchio di uno sponsor?

Tutto questo non è sufficiente, non basta. Per risorgere, il ciclismo deve prima morire, come un’araba fenice, per tornare a risplendere come e più di prima. “…l’unica cosa sicura è di tenerli lontani dalla nostra cultura.” scriveva Gaber parlando dei bambini.

Se l’americano vuole veramente salvare la propria anima vada in tribunale, sotto giuramento e risponda alle domande di un vero procuratore distrettuale, della Usada, di Travis Tygard. L’unico modo di salvare il ciclismo è di raccontare la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità, non quella sconosciuta solo agli struzzi.

Pubblicato da: Fausto Piccinini | 9 gennaio 2013

e va bene…

… attendiamo ancora!
Attendiamo il 17 gennaio!

Forse finalmente sapremo la verità su questi ultimi 30 anni di ciclismo!!

 

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