Pubblicato da: Fausto Piccinini | 25 luglio 2011

Un Tour che mi ha riconciliato con lo sport.

Se per gli Italiani, luglio, è un mese da spiaggia per i Francesi invece è il mese del Ciclismo (con la “C” maiuscola!), è il mese del Tour.

Visto che io sono Italiano, sabato, ho lasciato il bagnasciuga e mi sono seduto in un bar per gustarmi l’arrivo all’Alpe (che per noi Italiani si declina in Pampeago ma per i transalpini fa d’Huez). Amante del ciclismo ma tifoso di nessuno, soffrivo nel vedere la fatica dipinta sul volto di Voeckler, riflettendo che probabilmente se non si fosse intestardito a cercare di rimanere con i migliori sulle prime salite, forse avrebbe potuto tentare di difendere la maglia gialla, o perlomeno il podio, sull’ultima salita. Immerso in questi pensieri mi sono arrivati all’orecchio alcuni commenti delle persone che sedevano intorno a me. Alcuni sostenevano che la tappa era noiosa come quella del giorno precedente e che senza il Pirata non esiste più il ciclismo. Trovandomi in un bar di una spiaggia romagnola risultava chiaro dove fosse rimasto il cuore di quella gente. Io però, il giorno prima, mi ero entusiasmato nel vedere l’attacco, a 60 chilometri dall’arrivo del più giovane degli Schleck, la rincorsa di un grandissimo Evans e la strenua difesa della maglia di Thomas. Perché per me era entusiasmo ciò che per loro era noia mi domandavo?. Perché sentivo commenti positivi appena la televisione inquadrava Contador e delusione quando il giovane Rolland stava per compiere l’impresa della sua vita?

Non mi spiego queste cose se non attraverso la distinzione fra passione e tifo. Considerandomi appassionato di ciclismo mi esalto alle belle imprese, quella di un giovane Pierre che vola alla conquista di una vetta mitica e della Maglia Bianca, quella di un Andy scatenato che prova a vincere il Tour sul Galibier, quella di Thomas, eroe Francese, che dopo 10 giorni tenta di portare la Maglia Gialla a Parigi e anche quella di Evans che, svestendo i panni di calcolatore, si getta all’inseguimento con tutti gli altri avversari sulla ruota. Imprese, ognuna con le sue caratteristiche, che hanno il potere di esaltare ogni appassionato ma non il tifoso. Quest’ultimo vive solo per il suo eroe e non è i grado di trarre gioia dalle imprese degli avversari.

Sono contento di essere un appassionato e non un tifoso perché le ultime tappe di questo Tour mi hanno riconciliato con il ciclismo.


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